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a
cura di Fewall
ARCOLA (Pay Attention,
please: non Arcore!) è un paesino in provincia di La
Spezia situato tra il capoluogo e la più nota ed
illustre Sarzana, centro di grande cultura e di notevole
“feshion” per la gente “in” che fa molto “glam”.
Arcola confina con
l’altrettanto nobile e famosa Lerici dove si staglia
imperioso un bellissimo e prestigioso castello (antica
dimora pleistocenica di grassi e ruvidi dinosauri) che
si affaccia sul magnifico e celeberrimo Golfo dei Poeti
(in onore di Byron, Shelley, Giudici e il Sottoscritto).
Il comune arcolano è uno
dei più popolosi della parte estremo orientale di quella
mezzaluna italica denominata Regione Liguria e vanta
anch’esso una turrita e pietrosa abitazione ergentesi
maestosa al centro del colle ove è posta: sede della
famiglia sub-imperiale dei marchesi d’Este eredi della
casata degli Obertenghi, fu annessa all’abbazia di San
Zeno da Arrigo II in persona nel lontano 1074.
Antico cassero (Ri-Pay
Attentinon, please: si raccomanda la gentile clientela
di non confondere “cassero” con “cazzero” -da queste
parti esiste l’arguto vizio di storpiare in questo modo,
col suffisso “caz”, qualunque appellativo geografico e
non-) romano (avamposto militare contro le popolazioni
celtico-liguri in guerra contro Roma tra il 639 e il 516
A.C), il nome deriva forse da “Arx” -rocca- o meglio, da
“Arcula” -piccola rocca o rocchetta- (Ri-Ri-Pay
Attention: da non confondere con la nota acqua minerale
che fa fare tanta plin-plin a Del Piero e a quella Magna
Fica di Cristina Chiabotto).
Recentemente sono sorte
diverse controversie riguardo l’origine del prestigioso
toponimo poiché alcuni beninformati asseriscono che
potrebbe derivare da un più modesto “Arcolaio”
(strumento per filare la lana) mentre i più radicali
rivendicano le radici dialettali “Incò” o “Alcò” ossia
“in capo” o “promontorio”.
Non è da non scartare
neppure l’ipotesi avanzata dai beoni più accaniti di cui
Arcola è ricolma (il borgo è territorio libero per
rifugiati frusti e per piegati cronici ubriachi dal
pungente vino locale nonchè sede di asilo politico per
Rubicondi Barboni & Allegre Brigate Ruttanti) potrebbe
derivare da “Alcool” ma questa voce pare debba subire un
supplemento di indagine nonché un ulteriore
approfondimento di studi topanografici (si, proprio
topa-nografici: pare che i livornesi abbiano introdotto
quassù il “Vernacoliere” fin dalla torrida estate 1132
influenzando notevolmente il linguaggio nel paese di
diffusione più a nord di Labronica City).
Arcola è davvero una terra
ricca di storia e di poesia: il più grande di tutti, il
Pelè del verso, sua maestà Dante in carme ed ossa,
pervenne qui durante il suo eterno esilio dopo esser
stato ospite dei Malaspina a Sarzana e, narrano le
leggende, si dimenticò una copia autografa dell’Inferno
nell’altro castello limitrofo, quello di Trebiano, borgo
posto sul colle retrostante.
Il paesino nasconde anche
un leggendario tesoro che non è mai stato trovato: il
mitico oro di Trebiano.
Il mito resiste,
affascinante nel suo mistero, e si propaga da secoli di
bocca in bocca, da anziano a bambino, da nonna a
nipotina ma nessuno ha mai visto un becco di un
quattrino ….
Dicunt che di notte un
tale chiamato “Zibi” o più amichevolmente “Sodoma” vaghi
costantemente alla ricerca di tale tesoro spinto dalla
direzione provinciale dell’UDC di cui fa parte.
Il partito spera di
rimpinguare le scarne casse sociali e ha sguinzagliato
il suo miglior segugio per venirne finalmente in
possesso: per ora le ricerche sono fallite e il
segretario nazionale, l’onorevole Marco “Stanlio”
Follini, si tiene costantemente informato da Roma in
contatto col segretario comunale Angelo Notar: i
prossimi manifesti di propaganda elettorale UDC molto
probabilmente verranno finanziati col frutto del lavoro
del povero Sodoma, tesserato democraticamente cattolico
e grande ammiratore del vicesegretario Ollio cui conosce
tutti i film a menadito.
Si attendono con ansia
ulteriori sviluppi dell’appassionante vicenda.
Torniamo ai fatti da libri
di storia ed usciamo dalle leggende tramandate
oralmente: Arcola è stata in passato una ragazza di
costumi non proprio limpidissimi: nel 1209 fu ceduta al
vescovo di Luni, la conquistò Oberto Doria (capitano
della Repubblica Genovese) nel 1278, fu strappata ai
samp-doriani (ultrà blucerchiati prima del gemellaggio
con lo Spezia) nel 1320 da tal Castruccio Castracani per
poi entrare in possesso del Duca di Milano Filippo Maria
Visconti pochi anni dopo.
Non paga di questo suo
girovagare tra i signori italici, ritornò nelle salde
mani genovesi nel 1494 esattamente a due anni di
distanza dalla scoperta de L.America ad opera di
un visionario marinaio di Marassi che si faceva
chiamare, con molta modestia, Ammiraglio.
Si arrivò pacificamente
(tra scorribande di pirati e razzie spagnole, teutoniche
e giapponesi) fino all’epoca tardo settecentesca:
Napoleone, ancora ben lontano dal suo -ahimè- letale 5
maggio, scese in Italia con l’intento, oltre quello di
costituire la repubblica Cisalpina, di saccheggiarla ben
bene dilettandosi ad un gustoso giuoco da lui
genialmente inventato nelle rare ore di sollazzo a
Paris: il “Risiko vivente” detto anche
“Risiko voilà”.
A quanto pare il piccolo
generale còrso (di lontani origini sarzanesi) udì
anch’egli la storia del tesoro, (raccontano gli storici
che gli apparvero al posto degli occhi le famose
$$$$ del magnate
di Lione Paperòn de Paperònes) e si mise di buzzo buono
a bombardare la torre ottagonale obertenga (alta circa
25 metri) e il castello di Trebiano. La coalizione
austro-russa non la prese bene: rispose al fuoco nemico
cannoneggiando di potenza con grande tripudio di
applausi degli abitanti sottostanti (non avevano mai
assistito ad una manifestazione di fuochi d’artificio) e
distruggendo proprio la faccia Nord del castello
trebianico.
“Voilà!” fece il
Nano-Bonaparte osservando dal cannocchiale la sua nuova
realiti-battaglia ma una volta giunto sul posto non
trovò proprio nulla….
”Merd!!” proclamò più
tardi, con le mani mestamente vuote; si consolerà per
oltre un decennio vincendo migliaia di partite del suo
amato risiko prima di perdere clamorosamente l’Europa
Occidentale a Lipsia e, soprattutto, a Waterloo.
La torre rimase
bucherellata per più di un secolo e fu riparata ai primi
del ‘900 dal magnanimo architetto D’Andrade divenendo
immediatamente Monumento Nazionale.
Gli arcolani dovettero
attendere fino al 1943 per rivedere quei fuochi che li
divertirono tanto.
Arcola parlò fransè fino
al 1815 quando il Congresso di Vienna la spedì come
pacco regalo insieme a Genova al Regno di Sardegna
divenendo un Ducato Savoiardo (da inzuppare
preferibilmente nel caffellatte a colazione).
E si arrivò finalmente ai
giorni nostri: il Regno di Sardegna diventò d’Italia,
poi l’Italia assunse la veste repubblicana dopo essersi
sorbita un delizioso e ventennale intermezzo di regime
fascista.
Arcola durante il secolo
scorso fu un vero e proprio Borgo Rosso, pieno di
rivolte contadine ed operaie: i nobili conti che
campeggiano tutt’ora nelle grandi vigne ove da sempre si
produce il famosissimo vino D.O.C.A arcolano
(Denominazione di Origine Controllata ed Annacquata)
hanno passato dei brutti momenti con i socialisti prima
e i Comunisti poi.
La lotta partigiana li
coinvolse in pieno facendoli riscattare però agli occhi
del popolo con la partecipazione (e la caduta) di uno di
loro nei combattimenti anti-nazisti.
Onore al merito e cin-cin
al conte Picedi-Benettini.
La popolazione dello
Stivale nel secolo ventesimo è notevolmente cresciuta ed
Arcola ha allargato il suo numero di abitanti
distendendosi sulla valle fluviale dove scorre
l’impetuoso Magra ai piedi del promontorio castellato.
Il gruppo di case e
palazzi sorti lungo la mitica Via Aurelia è stato
definito “Ponte di Arcola” e fa frazione di comune.
Si chiama così perché un
tempo si poteva ammirare un passaggio sopra un
torrentello affluente del Magra che oggi è divorato dal
cemento.
Il Ponte però resiste,
almeno sotto forma di nome: è la ragione sociale del più
prestigioso bar locale posto sul gomito del curvone
aurelico e perennemente a rischio di ingresso delle
automobili sfreccianti nell’intenso traffico quotidiano.
Fuori dal bar stazionano
sempre loschi individui vestiti con abiti di variopinti
colori nella celebre posa detta “oh, ciao”.
Essi stanno in piedi sulla
soglia del locale, indossano dalle quattro alle sei paia
di occhiali scurissimi o a specchio rifrangente e
tengono fermamente nella mano destra un bicchierino di
prosecco o di brendi-Pernod mentre nella sinistra (e più
precisamente tra l’indice e il medio) bivacca una
sigaretta continuamente accesa. In questa situazione i
personaggi, imbattendosi in amici e conoscenti
intenzionati ad entrare nel bar ed ordinare un drink,
pronunciano ogni volta il sintagma “oh, ciao” accennando
un brevissimo sorriso subito smorzato dalle labbra che
sorseggiano lentamente ogni cinque-sei secondi il
bicchiere.
Queste divertenti nonché
curiose -per l’osservatore- sagome continuano a
discorrere di fighe e di calcio col vicino sghignazzante
e non riescono mai a dare una boccata alla loro solinga
sigaretta che, poverina, brucia vergine e cade a terra
incenerita in un filino di fumo funebre (talvolta può
finire involontariamente dentro il cocktail dando un
gusto decisamente più “hard” alla bevanda).
Se una vecchia canzone
degli 883 faceva “due discoteche e 106 farmacie”, Arcola
potrebbe fare benissimo “due alimentari e 124 bar”: nel
giro di pochi chilometri infatti, tra enoteche e luoghi
di ristoro più classici, se ne contano un numero
spropositato: quasi uno ogni 10 abitanti: un bar per
famiglia.
I giuovini indigeni si
dilettano così: birra, vino e cuba-libre sono all’ordine
del giorno e non è raro imbattersi in gare di motorini
ubriachi (al posto della miscela ci mettono l’amaro
Ramazzotti poi fanno gli “spari” in discesa per vedere
chi è più furbo) o spogliarelli a ritmo di dance dalle
due di notte in poi (anche a dicembre).
Del resto, che ci vuoi
fare….ci sarebbe in realtà un’altra forma di svago (a
parte le lezioni di kamasutra della Signora Pretty
Woman, ma ne parleremo in un'altra occasione): il
calcio…..
Qui, ai confini della
terra che non è né ligure, né toscana, ne lunigiana, ne
zingara, ne basca, ne uzbeka, ne tartara, ne mongola, ne
swazilandese e nemmeno turco-tibetana, insomma, la più
bastarda località del mondo, venne alla luce un giorno…..La
FAVA…….
Tutti in piedi, signore e
signori……se volete sapere chi noi siam…..
Ciccate sul…Chi siamo!
* La redazione
di dissocia da tutti i commenti allupato-sesso-maniacali
degli articolisti del sito. |